Pessimismo leopardiano

Già nel 1816 a soli diciotto anni Giacomo Leopardi, uno dei più grandi poeti italiani, sprofondò in un periodo di crisi, durante il quale mise in discussione tutta la sua formazione. Fu proprio in quegli anni che il giovane poeta scrisse: L’appressamento della morte, una cantica in terzine in cui Leopardi avverte la morte imminente quasi come un conforto per l’anima sua. Sempre in quegli anni cominciarono le sofferenze fisiche e una preoccupante malattia agli occhi che, nel 1819, lo costrinsero a interrompere gli studi. Nel suo carattere, intanto, si andava sviluppando la presa di coscienza del lacerante contrasto tra l’intensità della sua vita interiore e la sua incapacità di manifestarla nei rapporti con gli altri.

In seguito a una sorta di “conversione letteraria”, abbandonò gli studi filologici e si accostò alla poesia, attraverso la lettura degli autori italiani del Trecento, del Cinquecento e del Seicento, e dei suoi contemporanei italiani e francesi. Anche la sua visione del mondo subì una svolta radicale: Leopardi smise di cercare conforto nella religione, di cui era stata permeata tutta la sua fantasiosa fanciullezza, e si avvicinò a un’interpretazione della vita vicina alle filosofie sensista e meccanicistica. In quegli anni Leopardi elaborò il proprio sistema di pensiero, imperniato su una concezione pessimistica della realtà, mettendo a confronto l’innocente e felice stato di natura con la condizione attuale dell’uomo, corrotta dalla ragione che, rifiutando l’illusione e svelando il vero, genera l’infelicità.

Il pessimismo non è altro che una dottrina filosofica basata sulla credenza della costante prevalenza del male sul bene, quella tendenza cioè che spinge l’uomo a giudicare le cose dal loro lato peggiore. In questo, il poeta marchigiano era un maestro. Ma non solo lui; infatti, ancora oggi, molti tendono ad avere una concezione pessimistica della vita fisica e spirituale. Non si crede più che Dio possa compiere grandi miracoli come guarire un cieco, uno zoppo o addirittura salvare dei peccatori incalliti. Si è pessimisti per quanto riguarda il presente, mentre sostengono che solo nel passato Dio si manifestava, dichiarando che oggi è finito tutto. Nell’Antico Testamento è riportata una storia davvero particolare in cui lo Spirito Santo mette in evidenza il pessimismo di un capitano in contrasto con la fede autentica del Suo servo Eliseo:

Allora Eliseo disse: “Ascoltate la parola dell’Eterno! Così dice l’Eterno: – Domani, a quest’ora, alla porta di Samaria, la misura di fior di farina si avrà per un siclo, e le due misure d’orzo si avranno per un siclo. Ma il capitano sul cui braccio il re s’appoggiava, rispose all’uomo di Dio: “Ecco, anche se l’Eterno facesse delle finestre in cielo, potrebbe mai avvenire una cosa siffatta?” Eliseo rispose: Ebbene, lo vedrai con gli occhi tuoi, ma non ne mangerai” (II Re 7:1,2).

La situazione critica e difficile in cui versava Samaria aveva reso prigioniero il cuore di quell’uomo a tal punto da renderlo pessimista anche nei confronti dell’Iddio d’Israele, pessimismo che lo condusse all’incredulità. La stessa triste realtà aveva, invece, prodotto nel cuore di Eliseo una grande fede in Dio, sapendo e credendo che Dio avrebbe potuto fare ogni cosa perché Egli era ed è ancora oggi l’Onnipotente. La Scrittura dichiara:

Or senza fede è impossibile piacergli; poiché chi s’accosta a Dio deve credere ch’Egli è, e che è il rimuneratore di quelli che lo cercano” (Ebrei 11:6).

Anche il Nuovo Testamento e precisamente Luca nel Libro degli Atti ci presenta una storia dalla quale possiamo trarre delle lezioni importanti, quella di Paolo e Sila in Prigione; egli scrive che:

“…la folla si levò tutta insieme contro a loro; e i pretori, strappate loro di dosso le vesti, comandarono che fossero battuti con le verghe. E dopo aver loro date molte battiture, li cacciarono in prigione, comandando al carceriere di custodirli sicuramente. Il quale, ricevuto un tal ordine, li cacciò nella prigione più interna, e serrò loro i piedi nei ceppi. Or sulla mezzanotte Paolo e Sila, pregando, cantavano inni a Dio; e i carcerati li ascoltavano. E ad un tratto, si fece un gran terremoto, talché la prigione fu scossa dalle fondamenta; e in quell’istante tutte le porte si apersero, e i legami di tutti si sciolsero” (Atti 16:22-26).

Questi due servi del Signore avrebbero avuto tutte le ragioni del mondo per prevedere un futuro drammatico e deprimente, ma al contrario mostrarono piena coscienza del luogo dove si trovavano, sapevano benissimo che davanti a loro era imminente la morte, ma credevano fermamente che comunque fossero andate le cose, Dio sarebbe rimasto degno di essere lodato e adorato. Quella prigione non rappresentava soltanto un luogo di tortura, ma anche un posto in cui poter realizzare la gloria di Dio. I credenti non sono pessimisti, né tanto meno ottimisti: i figli di Dio sono persone realiste lavate con il sangue di Gesù, possiedono la mente di Cristo, riconoscono bene le reali tristi situazioni davanti a loro, ma riconoscono anche la realtà di Dio e della Sua incessante Opera in loro favore. I tre giovani ebrei vedevano chiaramente la fornace ardente davanti a loro. Geremia era cosciente di stare nel buio di una cisterna. Giuseppe era consapevole della sua schiavitù in Egitto.
Ma nello stesso tempo questi uomini riconoscevano la grandezza di Dio, il Suo infinito amore e la Sua straordinaria misericordia: questa è ancora oggi una benedetta realtà. Essi credevano che Dio avrebbe potuto trarre da quel male il bene, perché l’Iddio nel quale avevano creduto era capace di mutare il deserto in terra fertile, le tenebre in luce, la siccità in abbondanza di pioggia, la terra arida in un rigoglioso giardino. Ricordiamo che la Bibbia descrive gli uomini di Dio non come dei pessimisti e neanche come degli ottimisti, ma semplicemente come degli uomini che hanno vissuto la loro realtà nella fede in Dio:

E che dirò io di più? poichè il tempo mi verrebbe meno, se imprendessi a raccontar di Gedeone, e di Barac, e di Sansone, e di Iefte, e di Davide, e di Samuele, e de’ profeti. I quali per fede vinsero regni, operarono giustizia, ottennero promesse, turarono le gole de’ leoni, spensero la forza del fuoco, scamparono i tagli delle spade, guarirono d’infermità, divennero forti in guerra, misero in fuga i campi degli stranieri. Le donne ricuperarono per risurrezione i lor morti; ed altri furon fatti morire di battiture, non avendo accettata la liberazione, per ottenere una migliore risurrezione. Altri ancora provarono scherni e flagelli; ed anche legami e prigione. Furon lapidati, furon segati, furon tentati; morirono uccisi con la spada, andarono attorno in pelli di pecore e di capre; bisognosi, afflitti, maltrattati (de’ quali non era degno il mondo), erranti in deserti, e monti, e spelonche, e nelle grotte della terra. E pur tutti costoro, alla cui fede [la scrittura] rende testimonianza, non ottennero la promessa. Avendo Iddio provveduto qualche cosa di meglio per noi, acciocché non pervenissero al compimento senza noi” (Ebrei 11:32-40).

Gioacchino Caltagirone