La pazienza di Giobbe

“LA PAZIENZA DI GIOBBE” (Giobbe 1:13-22; 2:7-10 )

“L’Eterno ha dato, l’Eterno ha tolto, sia benedetto il nome dell’Eterno!

Giobbe è un esempio di pazienza e costanza per tutti i veri credenti di ogni tempo.

Ma allora perché non si parla di lui in Ebrei 11, capitolo dedicato agli esempi di fede?

  1. Innanzi tutto perché Giobbe non era ebreo,
  2. Poi perché non se ne ravvisava il bisogno, infatti, tutti nell’antico popolo di Dio conoscevano fede, pazienza e integrità di Giobbe,
  3. infine anche perché quello di Giobbe è un esempio di fede “passiva”, che non costruisce l’arca, che non conquista regni, ecc…, ma che lo rende beato, perché sopporta la prova con costanza,

Giobbe 1:1; Ezechiele 14:14;

Giacomo 5:11 letteralmente: il fine del Signore, potrebbe indicare sia quel che il Signore gli riservò al termine della prova, sia lo scopo che il Signore aveva per lui nella prova).

Giobbe è anche un esempio di fede che si avvicina a Dio mediante il sacrificio, soprattutto se consideriamo che non fosse un israelita (1:4-5).

Anche noi sappiamo che possiamo accostarci a Dio mediante la fede nel sacrificio di Cristo, per mezzo del quali siamo salvati e purificati da ogni peccato (I Pietro 1:18-19).

Giobbe visse probabilmente prima di Abramo, Isacco e Giacobbe, altrimenti, sarebbe stata poco probabile una frase di grande approvazione divina, come questa:

Il mio servo Giobbe…

non ce n’è un altro sulla terra che come lui sia integro, retto, tema Dio e fugga il male (1:8).

Qui notiamo anche che Giobbe si preoccupa prima del benessere spirituale dei propri figli, poi di tutto il resto; per noi è una grande lezione, nei tempi in cui ci si preoccupa molto delle cose materiali e poco delle spirituali.

Quindi, Giobbe è un esempio di fede approvata da Dio. Dio lo qualifica dall’inizio alla fine del Libro come il mio servo Giobbe (1:8; 42:8), e parla apertamente della sua coerenza di vita:

non ce n’è un altro sulla terra che come lui

Questo ci porta a considerare uomini come Noè prima di Lui: la terra era corrotta… ma Noè trovò grazia agli occhi dell’Eterno; e Mosè dopo di lui: Or Mosè era molto mansueto, più di ogni altro uomo sulla faccia della terra; anche se l’esempio migliore, al quale riguardiamo continuamente per fede è Gesù, perfetto e senza peccato (Genesi 6; Numeri 12; Ebrei 12).

I. la fede vittoriosa è attaccata da tutti i lati

A. Dal Sud.

Indubbiamente la fede di Giobbe fu messa a dura prova con la razzia di cinquecento paia di buoi e di cinquecento asine (allora le ricchezze si valutavano principalmente con il numero degli animali), e anche con la morte dei servi, ad opera dei Sabei (1:13-15).

B. Dall’alto

Ma anche dall’alto arrivarono dei fulmini che fecero scoppiare un incendio che ebbe conseguenze disastrose sulle 7000 pecore e altri servitori di Giobbe che le guardavano (v. 16).

C. Dal Nord Est

Dal Nord Est, poi, arrivarono dei guai improvvisi, con le tre bande dei Caldei che presero i suoi 3000 cammelli e uccisero altri servi (v. 17).

D. da Ovest

La notizia più dura fu quella della morte dei dieci figli a causa di una tempesta che fece crollare la casa in cui erano riuniti (un uragano del deserto, probabilmente da Ovest, v. 18,19; Isaia 21:1).

E. Dal suo stesso corpo.

L’esperienza di Giobbe si fa più tragica a causa della perdita della salute, con sofferenze enormi (2:7,12; 7:5; 30:30). Forse quest’orribile malattia lo costringeva a essere isolato sopra una collina dove si ritiravano altri emarginati a causa delle loro malattie repellenti. Il termine ulcera maligna è usato anche per le piaghe d’Egitto nel Libro dell’Esodo.

Annotazione: Forse si trattava di una forma di Pémfigo, grave malattia che colpisce la cute e nel tempo fa comparire bolle sulla pelle ed erosioni sulle mucose, fino all’eruzione bollosa generalizzata. Al prurito molto intenso e al conseguente sfregamento della cute segue il distacco degli strati epidermici superficiali, con comparsa di chiazze al volto ed al tronco.

F. Dall’interno

Nella casa, la moglie dà un consiglio terribile (2:8-9). Sembra una derisione, che diventa una tentazione. Satana incita Dio contro l’uomo e l’uomo contro Dio. Egli tenta gli uomini, inducendoli a scagliarsi contro Dio, come se dicesse: “vedi, Dio ti toglie…”

G. Dall’esterno.

Gli amici che avrebbero dovuto consolarlo lo attaccano e lo rimproverano (15:4,5; 16:1), con accuse che vengono dal preconcetto: “se soffre ha peccato”. Lo accusano ingiustamente di essere stato scorretto verso poveri e bisognosi (22:6-9), proprio quel che contraddistingueva la testimonianza pubblica di Giobbe; allora, infatti, la nobiltà sociale di un capo si concretizzava negli aiuti che forniva alle categorie più deboli (29:7-13, 25). Giobbe quindi poteva essere stato un governatore, un alto funzionario, un magistrato della sua città, che a causa della malattia è costretto ad abbandonare il suo ufficio.

In tutti questi eventi, possiamo scorgere la realizzazione del significato del nome di Giobbe: perseguitato.

Ma Giobbe non si ribellò, anzi con dolore (si stracciò il mantello), con senso di profonda umiliazione (si rase il capo), e prostrazione (si prostrò a terra): adorò.

Non imprecò, non chiese perché, non pretese nulla, non attribuì a Dio nulla di mal fatto, nessuna colpa.

Quando ci capitano delle disgrazie è bene continuare ad adorare Dio, consolatore e sostenitore delle anime nostre, sapendo che Egli è un aiuto sempre pronto nelle distrette. Se le cose vanno bene o male, noi continuiamo a dire: Benedetto sia il Nome dell’Eterno! Questa è la fede matura.

II. la fede vittoriosa considera la grazia di Dio sovrana

L’Eterno ha dato, l’Eterno ha tolto

I ragionamenti dettati dalla fede a volte sembrano troppo netti, senza coinvolgimento emotivo, ma la vera fede è fiducia nella grazia di Dio, e ragiona così: “il Signore nella sua grazia mi ha dato tante cose, ricchezze, servitori, prestigio, salute, moglie e figli, ma son tutte cose che io amministro. Se il Signore nella sua grazia, pensa che io ne possa fare a meno e ne sia privato, ha il diritto di togliere e siccome credo che Egli mi ama, tutto quello che Egli farà, sarà anche per il mio bene”. Infatti, tutte le cose cooperano al bene di quelli che amano Dio, perciò “il mio Padre celeste può dirmi: la mia grazia ti basta, e io mi fido del mio Buon Pastore che mi guida lungo i migliori pascoli e sono contento dello stato in cui mi trovo, so stare nell’abbondanza e nella penuria, nella ricchezza e nella povertà”.

La fede matura dice: “Indipendentemente da quello che ho, se le cose vanno bene o male, io amo e servo il Signore, sempre e comunque”.

A. Quel che dobbiamo capire noi

1. Il mondo vorrebbe insegnarci una fede egoistica, buona solo a chiedere: Padre dammi la mia parte di beni, come chiedeva il figlio prodigo.

2. Quando il diavolo lo sfida e sembra dirgli: “lo credo bene che Giobbe ti serve”, Dio non si lascia prendere dall’orgoglio, come se fosse un uomo, cioè Egli non lascia fare Satana per dimostrare qualcosa a scapito nostro. Perché indipendentemente dalle parole di Satana, Dio nella sua sapienza, ha un piano e uno scopo, che si vedrà alla fine della vicenda (Giobbe 42).

3. Giobbe non sapeva che da Dio non può mai venire nessuna forma di tentazione o alcuna forma di male (Giacomo 1:12,13,17). Ma come ogni fedele di allora, egli pensava che Dio mandasse sia il bene sia il male (Giobbe 5:17,18).

Essi non avevano la Rivelazione scritta completa, vale a dire l’Antico e il Nuovo Testamento: in questo noi siamo privilegiati. Ad esempio, Giobbe qui non sapeva (o ancora non sapeva) del dialogo intercorso tra Dio e Satana al capitolo 1.

4. Dio può convertire il male in bene e non fa scommesse con il diavolo, sulla nostra pelle. Dio non è contento quando soffriamo (Lamentazioni 3:33). Ma ha qualcosa da insegnarci anche nella sofferenza, infatti il profondo insegnamento sulla sofferenza, al quale si attribuisce qui grande importanza, diviene lo scopo stesso del libro di Giobbe ed è sintetizzato così: Dio libera l’afflitto mediante l’afflizione, e gli apre gli orecchi mediante la sventura (36:15). Mentre la guarigione, alla quale in altre parti della Scrittura si dà ampio spazio (ad esempio in II Re 5 e in Isaia 38), nel Libro di Giobbe è affermata con pochissime parole: L’Eterno lo ristabilì nella condizione di prima e gli rese il doppio di tutto quello che gli era già appartenuto (cap. 42)

5. La fede di Giobbe non cerca benedizione, ma approvazione, anche se comprende che, come gli dice Eliu, Dio lo benedirà: ti vuol trarre dalle fauci della distretta al largo dove non è più angustia e coprir la tua mensa tranquilla di cibi succulenti (36:16).

B. Quel che Giobbe aveva capito

1. Per fede.

Giobbe sembra dire: “Io e Dio siamo amici, ci fidiamo l’uno dell’altro, io lo amo e un giorno lo vedrò” (19:25-27).

2. Per piacere a Dio.

“Io voglio piacere a Dio, essere saldo, perseverare nell’integrità” (2:3). Dio gli rende ancora una volta testimonianza. La sua fede matura non cerca regali e giocattoli, ma la compagnia, l’approvazione, l’affetto del Padre (Colossesi 1:10).

3. Dio ha una spiegazione.

Giobbe si fida del Signore, perciò dice: “c’è un motivo per cui mi viene tolto tutto, Dio lo sa e prima o poi me lo spiegherà” (Giobbe 23:3-5).

4. La fede di Giobbe qui dimostra che:

  1. La fede l’amore e la consacrazione a Dio sono possibili anche quando Egli non ci favorisce e non ci accontenta in tutte le cose.
  2. Non si deve cercare Dio solo quando vi è un tornaconto personale
  3. Dio non si serve dei beni terreni per farsi adorare
  4. Satana sbaglia in pieno quando accusa i fedeli di servire Dio solo per vil guadagno.
  5. quando Dio condannerà il mondo incredulo, sarà giusto (Ebrei 11:7)

5. Giobbe comprese alla fine che la prova ha un enorme valore spirituale, come affermato dal suo amico Eliu (Giobbe 33:14-18), perciò egli, come Mosè, rimase costante come vedendo Colui che è invisibile.

Finalmente, dunque, si vede un vero amico, Eliu. Anche se molto più giovane, egli parla saggiamente, e ci dimostra che la vera amicizia e i veri affetti spirituali, vanno oltre l’età e il Signore non ce li farà mai mancare, se siamo sinceri.

III. la fede vittoriosa continua a dare gloria a Dio

Sia benedetto il Nome dell’Eterno!

A. La moglie non comprende che lo scopo di vita di Giobbe è immutato (2:7-10).

Anche se qualcuno ha voluto ravvisare delle connotazioni positive nella sua risposta: Benedici Dio, e muori, come alcuni traducono. Altri cogliendo il senso ironico traducono: Maledici Dio e muori, mentre la traduzione: Lascia stare Dio e muori, rende meglio il senso. Ella induce il marito ad accomiatarsi da Dio.

1. Il consiglio della moglie di Giobbe risulta come:

  1. Una spinta ad abbandonare Dio con biasimo.
  2. Un incitamento a perdere la sua integrità personale, come fosse cosa da nulla.
  3. Una tentazione a lasciare la propria vita in balia degli eventi. Forse anche con una connotazione di una certa pietà, come a dire: “se devi soffrire così tanto, è meglio che tratti male Dio, in modo che Egli ti lasci morire”

2. La risposta di Giobbe è notevolissima (v. 10):

  1. Egli comprende che la moglie parla in un eccesso di rabbia e contrarietà (5:2).
  2. Giobbe ribadisce che chi ha come scopo di vita, amare Dio e glorificarlo non muta, ed accetta con fede qualunque cosa.
  3. Giobbe le dice: Donna insensata,

Annotazione: ebraico: nabal, stolto, è un termine importante nell’Antico Testamento, che indica:

  1. insufficienza morale, egoismo (I Samuele 25:25),
  2. incredulità (Salmo 14:1),
  3. poco valore (Proverbi 30:22),

Così anche nel Nuovo Testamento, dove indica:

  1. sviamento (Galati 3:1, si tratta del termine corrispondente greco per insensato, stolto: va insieme ad ammaliati, ingannati, sviati mediante un appello alle emozioni, non è una vera e propria mancanza di intelligenza, ma di ubbidienza),
  2. cuore oscurato e ingrato (Romani 1:21, quando si è irritati, non si riconosce più da dove proviene il bene), incapacità di afferrare per fede le promesse di Dio, verità dottrinali o spirituali (Luca 24:25).

Nella Sua grazia infinita, Dio farà del bene anche alla moglie alla fine (42:13-15)

B. Gli amici di Giobbe

Essi continuano ad affermare che egli sbaglia, perché essi seguono l’idea fuorviante secondo la quale “non è possibile che uno che vive per dare gloria a Dio soffra così tanto” (22:6-9), ma Giobbe continua a cercare Dio fedelmente (23:3,4).

C. Per Giobbe l’opinione che Dio ha di lui è più importante di tutto

  1. Egli continua a temere Dio e fuggire il male (28:28), ancorato a quel che sapeva di Dio.
  2. Egli tuttavia, deve imparare ad aspettare Dio (35:14)
  3. Egli ammette il suo bisogno e la sua crescita spirituale dopo la prova (40:3; 42:1-6) che lo ha reso più umile, più forte nella fede, più vicino al Signore.

D. Dio è il premiatore di quelli che lo cercano:

Giobbe 42:10-15. Quando è stato ristabilito? Quanti beni ebbe? Esattamente il doppio. Forse anche gli anni della sua vita furono raddoppiati. Giobbe è di quelli che per fede e pazienza ereditano le promesse (Ebrei 6).

E. La fede non si vive come una passeggiatina,

Giobbe dimostra che è Beato l’uomo che sopporta la prova (Giacomo 1:12). Nella sua umiliazione ed esaltazione è una figura di Cristo. Oggi molti desiderano una fede:

1. usa e consuma, consumismo;

2. usa e getta, pragmatismo;

3. usa finché va, utilitarismo;

4. usa ma non troppo, formalismo;

5. usa quando ti conviene, edonismo.

Giobbe applica alla sua esperienza di vita, tanti secoli prima che venisse scritto, l’inno di vittoria di ogni credente, Romani 8:31-38, a dimostrazione che la vittoria che ha vinto il mondo è la nostra fede, e che siamo più che vincitori per la virtù di Cristo che ci ha amati e ancora, che nessuno ci separerà dall’amore di Dio che è in Cristo Gesù! Infatti noi seguiamo Gesù che è il Capo, l’Autore e il Compitore della fede e per mezzo diLui, la nostra fede è la vittoria che ha vinto il mondo.

Giobbe continua ad affermare confidando nell’Amore di Dio:

mi uccida, pur Egli, io spererò, confiderò, in Lui (13:15 Diodati)

Gli orizzonti della fede di Giobbe

Si ne ho parlato, ma non lo capivo … Il mio orecchio aveva sentito parlar di te ma ora l’occhio mio ti ha veduto (Giobbe 42:1-6)

Dopo la prova possiamo chiaramente vedere che gli orizzonti della fede di Giobbe si sono allargati e posti su un piano superiore, con una visuale che permette una migliore comprensione del piano di Dio e un progresso che gli consente una maggiore obiettività (I Pietro 1:6-7).

Pensiamo alla visuale che poteva avere Mosè sul monte Pisga (Deuteronomio 34:1-4). Sul monte Pisga, il re Balak, re di Moab, parlava quasi come la moglie di Giobbe con il veggente Balaam, chiamato per maledire il popolo di Israele (Numeri 23:25). Visto che, come credenti, per grazia siamo sul monte della fede, come usiamo la nostra posizione privilegiata?

Giobbe prende il Signore in parola:

1. La domanda di 38:2 viene ripresa da Giobbe per rispondere in 42:3, egli comprende bene e si umilia di fronte a Dio, perché è uno di quelli che tremano davanti alla Parola di Dio.

2. La domanda di 38:3 viene ripresa da Giobbe per rispondere in 42:4, ora che ha capito bene i ruoli, egli si pone ai piedi del Signore per ascoltare.

I. Cose che restrinsero l’orizzonte della fede di Giobbe

A. L’amarezza (7:11-19)

1. Come una cosa che cova dentro, “forse Dio mi vuol sorvegliare come si sorveglia un mostro marino sconfitto, forse mi ha preso di mira, ce l’ha con me”.

2. Come una cosa che non si riesce ad accettare: deh, lasciami stare! Non mi dai il tempo d’inghiottir la mia saliva, vale a dire non mi lasci in pace neanche un istante.

3. Alcuni non riescono ad accettare alcune dottrine particolari, o insegnamenti etici e pratici della Parola di Dio, perciò rimangono nell’amarezza, legati alle radici della vecchia vita (Ebrei 12:15)

B. La superbia

Come se Dio fosse in quel momento nemico (16:7-9; 19:11), un desiderio di accusare Dio e di giustificare sé stesso (16:12,17).

Considerazioni:

1. la superbia ci fa pensare che non abbiamo bisogno di Dio, perciò la santità di Dio è particolarmente offesa da quest’atteggiamento e la punizione è molto netta (Proverbi 29:1 notiamo il termine fiaccato, nella Versione Riveduta).

Per contrasto qui possiamo vedere anche che Gesù invece, mansueto ed umile di cuore, è stato fiaccato per la nostra posizione di superbia, ribellione e per il nostro peccato in generale (Isaia 53:5).

2. La superbia ci fa vedere le cose in modo parziale, distorto, contorto, con

un desiderio esagerato di affermazione personale (Isaia 14:13; Genesi 3:5 sarete come Dio). Esempio, il fariseo della parabola di Luca 18.

3. Perciò Dio ce ne vuole liberare a tutti i costi (33:17).

E’ importante, tuttavia, considerare che la ricerca sincera di Giobbe continua anche in questo momento dolorosissimo (16:19-21). Egli sa di avere un Testimone, un Garante nei cieli, un Avvocato, un Intercessore (in 33:23 chiamato Interprete o Ambasciatore), che sostenga, cioè difenda, discuta come in un processo.

Noi abbiamo Gesù come Avvocato, Intercessore, Garante e Sommo Sacerdote presso il Padre (Ebrei 7:22,25,26; I Giov. 2:1-2).

C. Le opinioni personali sbagliate su Dio (7:20-21)

1. L’opinione che ho di me stesso: “Se io mi ritengo giusto sempre e comunque, mi viene il sospetto che Dio sia ingiusto”, questo atteggiamento di superiorità offende il Signore (32:3). Perciò ognuno non abbia di sé un concetto più alto di quel che deve avere, ma abbia di sé un concetto sobrio, equilibrato, con umiltà, stimando gli altri più di sé stessi (Romani 12:3; Filippesi 2:3).

2. L’opinione che ho di Dio. Dio non sembra più molto giusto agli occhi di Giobbe. Il velo della sofferenza e i condizionamenti dei tre consolatori molesti lo spingono a pensare che Dio permette delle ingiustizie (24:1-4), non sempre si occupa di chi subisce dei torti e non colpisce subito i delinquenti e i prepotenti (24:12,22-23).

Ma anche in questo stato di confusione, egli continua a cercare Dio (23:1-5)

II. Cose che allargarono l’orizzonte della fede di Giobbe

A. Una vera amicizia spirituale (32:8,18,21,22)

1. Perché i tre amici provocarono l’ira di Dio e di Eliu? Eppure spesso dicevano anche cose giuste e belle (5:17-20; 8:5,7,19,20; 11:13-18; 15:14-16; 22:21-30), ma con lo scopo di condannare Giobbe (4:17-19; 11:1-3; 15:4-5).

2. Eliu parla con sincerità, rispetto, e centra il vero motivo della prova (36:13-16)

3. Un amico fedele è vicino in ogni momento, ti consiglia, ti consola, ti aiuta spiritualmente e ti dice sempre la verità per il tuo vero bene (Proverbi 17:17; 27:6,9).

(Analizziamo il capitolo 33 per capire meglio questo concetto. Ad esempio, seguendo la parola: ecco, vv. 2, 6, 29)

B. La Parola di Dio (38:1-4).

Giobbe accetta la Parola e si ravvede, prima della prova era chiamato il più grande di tutti gli orientali, al termine, invece, si umilia dicendo: io sono troppo meschino. La Parola ci forma, ci educa, ma distrugge anche le nostre idee sbagliate e orgogliose (II Corinzi 10:4-5). Umiliarsi davanti alla Parola di Dio è necessario per trovare il Suo sguardo benevolo (Isaia 66:1,2).

C. La comprensione della situazione attuale.

1. Quando l’apostolo Pietro comprende la situazione in cui si trova in quel momento, può predicare liberamente in casa di Cornelio (Atti 10:34,35). Gli orizzonti della fede in comunione con Dio, si allargano continuamente per nuove sfide, battaglie, vittorie, ogni giorno. Occorre valutare le cose spiritualmente.

2. Giobbe si ravvede perché doveva accettare la volontà di Dio senza protestare:

  1. Senza rimproverare, “Dio mi manca di rispetto”
  2. Senza lamentarsi, “Dio mi fa torto”
  3. Senza biasimare, “Dio non mi tratta come dovrebbe”

Giobbe durante la prova era pronto a rimproverare Dio, ora invece, visto che l’orizzonte della fede si è allargato rimprovera se stesso.

Ora l’occhio della fede ha visto in profondità

  1. la grandezza della potenza di Dio, v. 1 tu puoi tutto,
  2. la sovranità di Dio nulla può impedirti di eseguire un tuo disegno,
  3. la grandezza di Dio v. 3 son cose per me troppo meravigliose
  4. la sapienza di Dio vv. 3,4 io non le conosco…io ti farò delle domande e tu insegnami,
  5. la perfezione di Dio v. 6 mi ravvedo, mi pento … come a dire: “io riprovo me stesso, io guardo me stesso con disgusto e mi pento, mi ricredo e ne provo pentimento, perché vedendomi perfetto, ho trascurato la perfezione di Dio”).

La conclusione della vicenda di Giobbe si può vedere in Giacomo 5:11

Ecco, noi chiamiam beati quelli che hanno sofferto con costanza. Avete udito parlare della costanza di Giobbe, e avete veduto la fine riserbatagli dal Signore, perché il Signore è pieno di compassione e misericordioso.

Simone Caporaletti