Accoglietevi… come Cristo vi ha accolti

Romani 14, 15:1-7

In questi versi l’apostolo delle genti indica la condotta da tenere verso il prossimo nell’ambito cristiano. In particolare, dà dei consigli per gestire le nostre preoccupazioni su cose di importanza secondaria, rispetto alle quali sembra ci fossero delle lacune tra i cristiani di Roma. Si tratta di consigli che contribuiscono a preservare l’amore cristiano. Sicuramente non c’è nulla di più pericoloso e spesso disastroso nelle chiese, delle dispute e delle divisioni tra i propri membri. Sono ferite che uccidono l’anima e la vita dello spirito. Qui Paolo come un abile medico fornisce il balsamo spirituale per la guarigione di ogni intolleranza e controversia: personalmente credo che se questi consigli biblici venissero compresi e vissuti con esattezza, risanerebbero tanti cuori nelle nostre chiese, ancora oggi.

Questi versi sono un’esortazione alla tolleranza e all’accoglienza:

“tolleranza” termine culturale, sociologico e religioso che indica la capacità individuale e collettiva di vivere con coloro che credono e agiscono in maniera diversa dalla propria. In questo caso indica il “prendersi a carico”, così come Paolo si esprime in Galati incoraggiando a “portare i pesi gli uni degli altri”.

“accogliere” deriva da “cogliere, raccogliere” [far entrare, ricevere, ammettere in un gruppo] ≈ accettare, alloggiare, dare asilo, ospitare, ricevere. E’ il contrario di allontanare, congedare, licenziare, mandare via, cacciare, sbattere fuori.

Accogliere è dovere di ogni cristiano ma, c’è accoglienza e accoglienza: si può accogliere una persona con affetto, con gioia ed entusiasmo o con freddezza, distacco, disinteresse; insomma si può essere ben accolti o male accolti.

Nella tradizione ebraica, uno dei grandi modelli di accoglienza e ospitalità è il patriarca Abramo. La Bibbia narra che Abramo si sedette all’ingresso della sua tenda, nel deserto, esposto al calore del giorno, per essere pronto nell’ospitalità verso chi passava per via. Quando arrivarono gli ospiti, egli li supplicò di restare e offrì loro il miglior cibo che la sua famiglia aveva da offrire. Ancora oggi l’Hachnasat orchim (l’accoglienza degli ospiti), rimane un importante aspetto per la vita di un Ebreo; in molte famiglie il banchetto del sabato e delle festività non è completo se non ci sono degli ospiti che si uniscono e partecipano al pasto. Molte sinagoghe hanno dei veri e propri comitati dediti all’Hachnasat orchim, il cui compito è quello di assicurare che nessun ospite che entri in sinagoga non sia poi invitato a casa di qualcuno per il pasto.

Perché Paolo è costretto a parlare di accoglienza nella chiesa? Perché, ieri come oggi, le chiese sono costituite da persone che provengono da paesi, lingue e culture diverse, o più semplicemente da vissuti diversi e ognuno si porta dietro le sue abitudini, i suoi usi e costumi diversi. La chiesa di Roma, ad esempio, era costituita da giudei e pagani convertiti a Cristo. I giudei, legati alle prescrizioni mosaiche (così difficili da estirpare), per paura di trasgredire la legge e contaminarsi mostravano una fede debole, erano pieni di scrupoli riguardo ai giorni da santificare, ai cibi da mangiare e ad altri dettagli della Legge. Gli altri invece, i gentili, si erano finalmente scrollati di dosso tutti i riti pagani, non avevano scrupoli di coscienza e godevano della libertà che avevano trovato in Cristo. Ma questa “libertà” preoccupava i giudei e si rischiava che gli scrupoli sfociassero in dispute. Così, Paolo è costretto a ricordare, a questi credenti, l’importanza della mutua tolleranza e della vera accoglienza. Estremamente premuroso e pieno d’amore per tutti suggerisce ai credenti di Roma (allo stesso modo dei credenti di Corinto e della Galazia) che “chi è forte nella fede non deve disprezzare chi è debole; ne chi è debole deve giudicare chi non lo è”. Accoglierci gli uni gli altri è ciò che Cristo insegna e che gli apostoli nelle epistole ripetono. Accoglierci, è un importante insegnamento biblico! Accoglierci si, ma… accoglierci come?

Accoglierci per quelli che siamo

“Accogliete il debole, ma non per sentenziare sugli scrupoli degli altri… non per discutere opinioni”. Chi è debole nella fede deve essere accolto (lett. portatelo a voi, dategli il benvenuto, porgetegli la mano, ricevetelo con affetto e premura). Non lasciate che la comunione cristiana sia intaccata da inutili dispute di parole. Qui, Paolo punta il dito affermando: ACCOGLIENZA E NON SENTENZA (“Accogliete il debole, ma non per sentenziare”); RISPETTO E NON DISPREZZO (“tu perché disprezzi?”); STIMA E NON GIUDIZIO (“tu perché giudichi?”).

“l’uno pensa di poter mangiare di tutto… mentre l’altro non mangia di tutto… colui che mangia di tutto non disprezzi colui che non mangia di tutto e colui che non mangia di tutto non disprezzi colui che mangia di tutto… perché Dio li ha accolti entrambi”.

“l’uno stima un giorno più di un altro, l’altro stima tutti i giorni uguali… chi ha riguardo al giorno lo fa per il Signore e chi ha riguardo al cibo lo fa per il Signore ma, anche chi mangia di tutto lo fa per il Signore e pure chi non ha riguardo al giorno lo fa per il Signore e tutti rendono grazie a Dio in ciò che hanno e in ciò che fanno… nessun cristiano vive per se stesso. Se siamo cristiani, dice Paolo, quello che siamo o che facciamo, sia che viviamo o che moriamo lo facciamo per il Signore perché siamo del Signore”.

“Tutti, deboli e forti, con scrupoli o senza scrupoli compariremo un giorno davanti al tribunale di Dio… e ciascuno di noi renderà conto di se stesso a Dio”. Quindi… “chi sei tu che giudichi il domestico (servo) altrui? Se sta in piedi o se cade è cosa che riguarda il suo padrone. Ma starà in piedi perché il Signore è potente da farlo stare in piedi”.

Neppure tra gli uomini esiste il diritto di giudicare i servi altrui, tanto più non sta a noi di giudicare i figli di Dio, che servono Dio. Tutti i credenti, sia che abbiano una fede debole o una fede forte, sono la nostra famiglia, i nostri fratelli, ma non sono i nostri servi. Per questo Giacomo scrive “di non essere in molti a fare da maestri”.

Pensiamoci… troppo spesso con ignoranza e arroganza, usurpiamo il trono di Dio quando, ci ergiamo a maestri dei nostri fratelli e pretendiamo di poter giudicare i loro pensieri e le loro intenzioni, finanche i loro sentimenti. Ma Dio non vede come vede l’uomo; quando giudichiamo i nostri fratelli, ci intromettiamo in ciò che non ci compete!

Non credete anche voi, che abbiamo abbastanza lavoro da fare su noi stessi per impegnarci in qualcosa che non ci compete? La Bibbia ci dice che riguardo alle cose non essenziali, non dottrinali noi cristiani siamo tenuti a praticare la tolleranza. Troppo spesso, invece, nei confronti di quelli che non si allineano al nostro modo di pensare reagiamo con la critica, che poi diventa disprezzo, che poi diventa giudizio e questo turba la comunione fraterna e quando non c’è comunione, non può esserci neppure benedizione! Se guardare i “difetti degli altri” è la nostra principale preoccupazione, allora non ci può essere benedizione.

In caso di divergenze di vedute su cose non fondamentali, su cose secondarie, quali credenti siamo chiamati a non inciampare e ne ad essere di inciampo per gli scrupoli propri o altrui: “smettiamo dunque di giudicarci gli uni gli altri, decidetevi piuttosto a non porre inciampo sulla via del fratello, ne a essere per lui occasione di caduta”. Perché si dovrebbe essere zelanti a favore o contro cose minime ed irrilevanti nell’ambito cristiano? Perché si dovrebbero porre dei limiti all’uso della libertà cristiana?

Anche nella chiesa c’è chi è conformista e chi è anti-conformista e non c’è niente di più negativo per il vero cristianesimo, del costringerlo in consuetudini o in formalismi. In questo modo finiamo per corroderne l’essenza. Non è la forma che ci deve interessare ma, la sostanza. Bisogna fare molta attenzione a non confondere la forma con la sostanza. Che cos’è la sostanza? E’ la Parola di Dio, è “quello che è scritto e non oltre quello che è scritto”. La forma invece, è ciò che contiene e veicola la sostanza. La forma può mutare, si può trasformare per gli usi e i costumi diversi, o per il tempo; per essere più adeguata ed efficace all’epoca in cui si vive. La sostanza non cambia, perché Dio è sempre lo stesso e la sua “Parola sussiste in eterno”.

Le forme cambiano ma non può esserci disprezzo per il fratello che non la pensa come te, piuttosto, nella libertà di opinione e nell’amore cristiano deve crescere la comunione. Le critiche turbano la comunione, mentre l’amore edifica, costruisce e conserva la comunione. “L’amore non si comporta in modo sconveniente, non cerca il proprio interesse, non s’inasprisce, non addebita il male, non gode dell’ingiustizia, ma gioisce con la verità; soffre ogni cosa, crede ogni cosa, spera ogni cosa, sopporta ogni cosa” (I Cor. 13). “Cerchiamo, dunque, di conseguire le cose che contribuiscono alla pace e alla reciproca edificazione” (v.19).

 Accoglierci nonostante le diversità

La diversità può dividere o arricchire dipende dal modo in cui la vediamo e la viviamo. Dobbiamo imparare a scoprire la ricchezza che c’è nella diversità. Il corpo di Cristo è uno e unico nella sua varietà. “Poiché, come in un solo corpo abbiamo molte membra e tutte le membra non hanno una medesima funzione, così noi che siamo molti, siamo un solo corpo in Cristo e individualmente, siamo membra l’uno dell’altro” (Romani 12:4,5). Siamo chiamati a valorizzare l’UNICITA’ (un solo e unico corpo), la VARIETA’ (tante membra), la DIVERSITA’ (ognuna diversa dall’altra), la SPECIFICITA’ (ognuna la sua funzione) e l’UNITA’ (tutte membra l’una dell’altra) del corpo di Cristo.

Accoglierci come Cristo ci ha accolti

“Non perdere con il tuo cibo, colui per il quale Cristo è morto”; “non distruggere per un cibo l’opera di Dio”; “non essere occasione di caduta per il tuo fratello”. “Or noi, che siamo forti, dobbiamo sopportare le debolezze dei deboli e non compiacere a noi stessi. Ciascuno di noi compiaccia al prossimo, nel bene, a scopo di edificazione. Infatti anche Cristo non compiacque a se stesso; ma come è scritto:
«Gli insulti di quelli che ti oltraggiano sono caduti sopra di me».

Dobbiamo porre molta attenzione a non fare nulla che abbia la tendenza a disfare l’opera di Dio, perché per quest’opera… Cristo è morto. Gesù ha sopportato le più grandi infamie per dar vita alla Chiesa. Ogni peccato che compiamo è come un insulto a Dio. Non siamo chiamati a compiacere noi stessi, perché Cristo non ha compiaciuto se stesso: “Egli non considerò l’essere uguale a Dio qualcosa a cui aggrapparsi gelosamente, ma spogliò se stesso, si umiliò fino alla morte”.

Accoglierci per la gloria di Dio

“Il Dio della pazienza e della consolazione vi conceda di aver tra di voi un medesimo sentimento secondo Cristo Gesù, affinché di un solo animo e d’una stessa bocca glorifichiate Dio, il Padre del nostro Signore Gesù Cristo. Perciò accoglietevi gli uni gli altri, come anche Cristo vi ha accolti per la gloria di Dio”. C’è molto da imparare dalle Scritture e il migliore ammaestramento è quello che si trae da queste fonti. Senza la pazienza non ci può essere consolazione. Accogliere, ricevere chi non è proprio come noi può sembrare fonte di sofferenza, ma può anche diventare fonte di consolazione e speranza. Paolo scrive al cap. 5 “l’afflizione produce pazienza, la pazienza esperienza e l’esperienza speranza e la speranza non delude, perché l’amore di Dio è stato sparso nei nostri cuori”.

In conclusione, i pensieri, i modi di vedere le cose secondarie possono pure non coincidere: “se uno crede che… se uno crede di…” ma i sentimenti, l’anima e la bocca, con cui glorifichiamo tutti Dio, devono concordare. “Il Dio della pazienza e della consolazione vi conceda di aver tra di voi un medesimo sentimento secondo Cristo Gesù, affinché di un solo animo e d’una stessa bocca glorifichiate Dio, il Padre del nostro Signore Gesù Cristo”.

Il metodo e la cura perché le differenze non generino diffidenze e poi si trasformino in divergenze rimane sempre lo stesso, come disse un grande uomo di Dio del passato: “nelle cose necessarie facciamo si che ci sia unità, in quelle non necessarie libertà e su tutte e due carità”.

Luca Marino